Riflessioni anarchiche
- flageaterscollecti
- 17 gen
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Lo stato delle cose (introduzione)
Nel secondo dopoguerra, e in modo più marcato a partire dagli anni Settanta, nelle società occidentali abbiamo assistito a una progressiva eliminazione, nella percezione sociale, della divisione netta tra le classi e, contestualmente, della relativa lotta di classe. Questo fenomeno è indotto dall’attuale fase di sviluppo del sistema capitalistico e dal livello di accumulazione della ricchezza che ne deriva, per cui il 10% dei proprietari detiene il 90% del totale: una concentrazione che consente a questa élite una particolare forma di invisibilità sociale.
L’attuale livello di accumulazione permette infatti al capitalista di delegare in modo frammentato e globalizzato l’amministrazione dei propri mezzi di produzione attraverso il lavoro subordinato. Ad esempio, l’operaio occidentale tende a rivolgere le ragioni della propria insoddisfazione verso chi ricopre un ruolo di delegato amministrativo o di responsabile di settore, gradini di una scala gerarchica che appartengono alla medesima classe sociale: quella del lavoratore subordinato.
Senza aprire un dibattito sulla revisione del concetto di classi sociali e sugli indicatori o requisiti precisi di appartenenza, ci limitiamo a riaffermare l’esistenza delle classi sociali e a identificare due classi come numero ottimale di divisione, determinato dallo scarto tra i membri della popolazione in termini di livello, o potenziale, di consumo.
La storicizzazione del capitalismo consente la percezione culturale di questa dinamica come qualcosa di consolidato e naturale, inducendo a non metterla in discussione. In questo senso, il capitalismo non si presenta più come un sistema storico determinato, ma come l’unico orizzonte possibile entro cui immaginare l’organizzazione della società.
Alla base dell’invisibilità della divisione netta tra proletariato e borghesia vi è anche il modo in cui si costruisce il senso di appartenenza a una determinata classe sociale: non più attraverso il rapporto con i mezzi di produzione, ma tramite l’adesione a modelli di consumo. Si inseguono così ideali borghesi, ammirando chi ha raggiunto determinati livelli di consumo percepiti come indicatori di benessere, e si tende a soddisfare bisogni indotti, o falsi bisogni, sotto l’influenza di quella che Gramsci definisce “egemonia borghese”.
Il capitalismo culturale svolge un ruolo centrale in questo processo, poiché produce e diffonde rappresentazioni simboliche che normalizzano le disuguaglianze e trasformano il consumo in un criterio primario di riconoscimento sociale. Il benessere non è più inteso come condizione materiale collettiva, ma come esperienza individuale misurabile attraverso l’accesso a merci, stili di vita e pratiche simboliche che risultano pienamente funzionali alla riproduzione del sistema. In tal modo, il consumo non si limita a riflettere l’assetto capitalistico, ma lo autoalimenta, rafforzando l’idea che la realizzazione personale coincida con l’integrazione nei suoi meccanismi.
Parallelamente, la classe proletaria tende a scomparire dalla percezione sociale delle società economicamente sviluppate, non perché venga meno lo sfruttamento del lavoro, ma perché esso viene esternalizzato. Le mansioni a più basso livello di qualificazione e tutela sono infatti delocalizzate in paesi periferici del sistema capitalistico globale, dove la forza lavoro è resa più vulnerabile e meno visibile. Questa riorganizzazione internazionale della produzione contribuisce ulteriormente a dissolvere l’idea di conflitto di classe nelle società occidentali, rafforzando l’illusione di una società priva di antagonismi strutturali.
La lente ideologica attraverso cui la maggior parte degli individui osserva il mondo è plasmata culturalmente sin dai primi momenti della socializzazione: già la famiglia trasmette “costrizioni mentali” che essa stessa ha interiorizzato; successivamente, la scuola orienta all’adesione a regole da non mettere in discussione, pena sanzioni formali o pratiche disciplinari umilianti.
Una scuola pubblica che incentiva la competizione associata a un numero non fa che riprodurre dinamiche più ampie, riflesso della società neoliberista con cui si entrerà in contatto negli anni successivi; inoltre, essa promuove l’obbedienza al sistema sia attraverso norme giuridiche sia tramite codici sociali interiorizzati e percepiti come naturali. Integrate nel “senso comune”, tali norme conducono all’etichettamento di chi se ne discosta.
Attraverso la riproduzione di queste dinamiche si conferma ciò che la struttura sociale continua a trasmettere a livello culturale: all’interno di questo senso comune, o lente ideologica, si radica la convinzione che la ribellione sia inimmaginabile e che l’ordine esistente rappresenti l’unico sistema possibile. Un sistema che mercifica corpi e arte, e che modella anche la percezione del benessere e del “gusto”, ritenuti personali e liberi ma in realtà costruiti per omologare gli individui a un unico modello di soddisfazione. Poiché misurabile quantitativamente in termini di consumo, tale benessere è sempre relativo e la competizione continua tra membri della stessa classe genera un conflitto orizzontale disfunzionale rispetto a un effettivo mutamento sistemico.
Luoghi abbandonati (ciò che il sistema scarta)
I luoghi abbandonati dal mercato non sono semplicemente spazi inutilizzati, ma tracce materiali del disallineamento tra valore economico e valore umano: il sistema capitalista non sa più come integrarli nei propri circuiti di efficienza e redditività, mentre la comunità territoriale ha progressivamente perso gli strumenti politici, economici e sociali per riappropriarsene. Si tratta di luoghi espulsi dal sistema economico perché non più compatibili con le logiche dominanti del profitto e della produttività.
Riprendendo la distinzione di Karl Marx tra valore d’uso e valore di scambio, i luoghi abbandonati nascono dalla frattura tra queste due dimensioni: quando uno spazio è ancora potenzialmente utile per la vita umana, ma non più redditizio per il mercato, viene espulso dal sistema e trasformato in scarto, come accade, ad esempio, a un’ex fabbrica dismessa che potrebbe essere riutilizzata come spazio culturale o sociale, ma che resta vuota perché non garantisce un ritorno economico.
I luoghi abbandonati non accolgono più corpi.
Non luoghi (ciò che il sistema produce)
Secondo Marc Augé, un non-luogo è uno spazio progettato per il transito o il consumo, che non favorisce relazioni durature, non costruisce identità e non consente la produzione di una memoria condivisa. Ne sono un esempio i centri commerciali, che rappresentano esclusivamente espressioni dello stile di vita consumista: le forme di aggregazione che vi si sviluppano sono indissolubilmente legate alla transazione commerciale e rimandano a un’identità temporanea e funzionale, ridotta quasi esclusivamente a quella di consumatore. I non-luoghi non producono memoria storica, ma un presente continuo, fatto di relazioni superficiali e strumentali al consumo.
I non luoghi accolgono corpi senza radicarli.
Il problema per la comunità è il progressivo aumento di spazi vuoti, come scarto del sistema, e di spazi disfunzionali a interessi sociali, come prodotto del sistema. Ciò implica a progressiva scomparsa di luoghi in cui sia ancora possibile costruire relazioni durature, memoria e spirito critico.
Soluzioni politiche
Occupazione abitativa
Occupare oggi vuol dire dare vita a uno spazio scartato dal sistema capitalista. È un atto politico che restituisce all’essere umano il potere di combattere in modo concreto le ingiustizie e i fallimenti del sistema, e di autodeterminare la propria vita individuale e collettiva. Vuol dire anche resistere all’omologazione dello stile di vita, che ci vuole semplicemente consumatori e non protagonisti creativi del nostro tempo. La società ci offre vite confezionate, esposte sugli scaffali mediatici neoliberisti, mentre svuota le reali possibilità di scelta non orientate dal mercato. Allo stesso tempo, oscura e delegittima gli strumenti politici concreti, etichettandoli come “terrorismo” quando vengono utilizzati da chi esce dai binari imposti dal sistema e difende la propria autodeterminazione, il proprio spirito critico e il proprio diritto a pensarsi libero e diverso.
L’occupazione permette di riconquistare spazio e autonomia.
Un luogo occupato e autogestito non è soltanto un riparo o un contenitore di attività sociali: è un potente dispositivo di decostruzione del concetto di benessere imposto dal sistema. Invece di misurare il valore attraverso la crescita economica, la produzione o la redditività, l’occupazione sperimenta forme di vita che si fondano su cooperazione, cura e condivisione.
Questa trasformazione permette di generare, dal basso, economie diverse: sistemi di scambio e produzione che recuperano il senso originario di oikos, inteso non come “azienda” ma come casa comune, come gestione comunitaria delle risorse e dei bisogni.
L’uso degli scarti — materiali, sociali, culturali — diventa una pratica politica per affrontare l'era in cui viviamo: ciò che il mercato considera rifiuto viene riconvertito in risorsa.
Taz (Temporary Autonomous Zone)
Il concetto di TAZ, elaborato da Hakim Bey, descrive spazi e momenti di autonomia temporanea, in cui gruppi o comunità sperimentano forme alternative di vita, sottraendosi – anche solo per un periodo limitato – al controllo istituzionale, alle logiche del mercato e alle rigidità normative. Ciò che caratterizza una TAZ non è soltanto l’occupazione fisica di uno spazio, ma la creazione di una condizione effimera in cui le relazioni sociali possono essere reinventate, liberate dalle aspettative e dai ruoli imposti dal sistema.
Il paradosso delle taz (antagonismo o compatibilità)
Le Taz rientrano perfettamente nell'ottica di surmodernità in termini di temporaneità e flessibilità delle relazioni ed è proprio questo uno degli aspetti più critici, soprattutto se le Taz risultano essere carenti di un senso politico forte, condiviso e capace di andare oltre il singolo evento. Il rischio è proprio quello di ricalcare la logica di intrattenimento come consumo. Nella globalizzazione culturale, tutto può essere assorbito e trasformato in estetica, immaginario, stile. Le TAZ, se non supportate da un orizzonte politico forte, rischiano di essere ricodificate come eventi, o esperienze — quindi esattamente il tipo di prodotto simbolico che il capitalismo globale sa integrare. La speranza è che le Taz siano caldi semi capaci di germogliare un butterfly effect nella vita quotidiana dei partecipanti, come frutto di un pensiero diverso, oltre i confini della razionalità intesa come ipotesi di fondo della teoria dei mercati.



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